lunedì 7 novembre 2016


Nein zu RB. IL RB Lipsia è la novità di questa Bundesliga: per chi è abituato alla lunga marcia in solitaria del Bayern, quest’anno dopo 10 partite a dividere la testa della classifica con la corazzata bavarese c’è una neopromossa. Una neopromossa che è anche l’unica rappresentante in massima serie dell’ex-DDR (Germania Est).
Sembrerebbe l’identikit della sorpresa di provincia che piace un po' a tutti. E invece è il nemico numero uno delle tifoserie tedesche. Teste di toro mozzate in campo, boicottaggi continui, associazioni di tifosi uniti nell'insegna "Nein zu RB", no all' RB. Ma per capire perché il fenomeno Lipsia infastidisce tanto, è necessario inquadrare il ruolo del RB Lipsia nella tradizione sportiva della Germania.

Le società sportive tedesche nascono come associazioni di utenti, organizzazioni gestite dai propri soci-tifosi che operano su base mutualistica e reinvestono i profitti all'interno del club.
Con la regola del “50+1”, lo statuto della Federcalcio tedesca tuttora prevede che la maggioranza delle quote delle società sia vincolata all'azionariato popolare. Il tifoso nel modello non è un osservatore passivo, che delega e osanna il presidente mecenate e urla “vattene” al più tirchio, ma è un socio attivo del club e partecipa alle scelte societarie con il proprio voto: la squadra è un patrimonio collettivo, bandiera di una comunità.
L’ingresso dei capitali delle imprese è ammesso dalla “Lex Bayer”, l’eccezione introdotta per mettere in regola realtà come il Bayer Leverkusen oppure il Wolfsburg, la squadra della Volkswagen: uno sponsor può essere proprietario di un club che ha finanziato per oltre 20 anni. Non è possibile comprare un club ed imporre dall'oggi al domani il nome di uno sponsor, in teoria quindi non ci sarebbe spazio per un team Red Bull in Germania.

L’approccio al marketing della Red Bull nello sport è quello di creare attivamente contenuti, non limitarsi a mostrare il proprio logo ai tifosi di un’entità gestita da altri. La multinazionale austriaca investe il 30% del proprio fatturato in creazione di "marketing content": sono spese di marketing i 4 mondiali di Formula 1 vinti, come è marketing fare calcio a New York e Salisburgo. Il passo successivo sarebbe vincere in Champions League, ma per fare questo l’America e l’Austria non bastano più.
L’opportunità si chiama Lipsia: una città in ripresa economica, con un vasto bacino d’utenza, uno stadio da 44.000 posti costruito per il Mondiale 2006 e l’ultima gioia calcistica ottenuta con il Muro di Berlino ancora in piedi. Il colosso austriaco prova a comprare la Dinamo Lipsia, ma lo zoccolo duro si oppone: uno storico baluardo della DDR non può essere lasciato in balia del capitalismo. Si passa quindi al piano B, acquistare la licenza del Markranstädt e partire dalla 5° divisione.
L’obiettivo non è la beneficenza, ma pubblicizzare l’energy drink. Come fare con le restrizioni della Lex Bayer? Fatta la regola, trovato l’inganno: se la squadra non può chiamarsi Red Bull, può chiamarsi Calcio Lipsia, anzi meglio ancora gioco con la palla sull'erba Lipsia. Premio fantasia 2009 indiscusso, perché gioco con la palla sull'erba in tedesco è RasenBallsport, rigorosamente da abbreviare in RB.
La regola del 50+1 impone l'apertura del club ai tifosi, ma la Red Bull non li vuole nella gestione. La soluzione? Tariffe per la membership decuplicate rispetto a quelle del Bayern Monaco: l'associazione di "tifosi" esiste, ma i beneficiari sono agenti e impiegati Red Bull.

Aggirato il sistema, adesso le regole del marketing richiedono un prodotto bello e vincente. Per vestire le lattine di vittorie, la Red Bull costruisce un centro sportivo all'avanguardia e chiama come ds Ralf Rangnick, l’allenatore che ha portato lo Schalke04 in semifinale di Champions, con l’obiettivo di investire un gruzzoletto da 100 milioni per portare i migliori talenti a Lipsia.
In sette anni, il RB Lipsia scala il calcio tedesco e conquista la vetta della Bundesliga. Per il prossimo salto, l’asticella è stata fissata sulla qualificazione in Champions League, poi sul diventare l’antagonista del Bayern per il titolo nazionale. Tutto questo prima che Dietrich Mateschitz, il boss di Red Bull, compia 80 anni (oggi ne ha 72).
Obiettivi che per i Roten Bullen sono raggiungibili in prospettiva: l’età media della squadra è la più bassa della Bundesliga (meno di 24 anni), il bomber Timo Werner ha soli 20 anni e una media gol già invidiabile, la squadra gioca un calcio moderno, le strutture sono un fiore all'occhiello e i soldi non sono un problema.

RB Lipsia è…il riscatto della Germania Est, la novità che sfida le grandi, gioca un bel calcio e punta sui giovani. Chi sostiene questa tesi dirà che la Germania Ovest vince nel calcio perché dietro i suoi Hoffenheim e Ingolstadt si nascondono colossi industriali come SAP e Audi, mentre un St. Pauli popolare arriva in Bundesliga soltanto per retrocedere.
RB Lipsia è…il club senza tradizione, la novità impiantata artificiosamente nel sistema per mettere in bella vista il logo Red Bull. Secondo Mateschitz, “l’unica differenza tra il Barcelona, il Bayern Monaco e il RB Lipsia è che tra 500 anni questi club avranno 600 anni e noi 500”. Forse dimentica che quando il Barcelona segna, lo fa per emozionare il pubblico. Quando il RB Lipsia segna, lo fa per vendere bibite.

Vincere vestiti da lattina: il gioco vale la candela?

lunedì 4 luglio 2016


Bastano pochi istanti per passare da giocatore rivelazione dell'Italia "operaia" a capro espiatorio, ricoperto di insulti. Il calcio al tempo dei social, con la sua isterica e superficiale leggerezza, vive di stereotipi.
"La donna è mobile qual piuma al vento, muta d'accento e di pensiero" cantava il Duca di Mantova nel Rigoletto. Allo stesso modo, la stessa platea che ha scoperto recentemente Graziano Pellè, la sua abnegazione ed il suo gioco di sponda, adesso lo riempie di insulti perché non ha rispetto.

Gli insulti a Pellè e Zaza seguono diverse correnti di pensiero:
1 - Ah questi calciatori sbruffoni, viziati e ricoperti di milioni che non prendono le cose sul serio
Lo stipendio dei calciatori è un alibi universale...
2 - Pellè non è nessuno, non può prendere in giro Neuer
Il portiere Ivkovic in Napoli-Sporting sfidò Maradona "se ti paro il rigore mi dai 100 dollari" (e parò il rigore): era anche lì un sacrilegio, una mancanza di rispetto gravissima?
3 - I rigori si possono sbagliare, ma Pellè non sarà mai un campione vero di umiltà come Baggio e Baresi

Tutte e tre le teorie portano ad un'unica risposta: noi italiani siamo un popolo di ipocriti.
I calci di rigore sono un gioco mentale tra chi calcia e il portiere: i saltelli di Neuer (o in passato i balletti di Grobbelaar o Dudek) fanno parte di questo meccanismo messo in pratica per scaricare la tensione sull'avversario.
Pellè si è presentato sul dischetto da sfavorito contro un portiere fuoriclasse. Tipicamente, in questa posizione la prassi prevede un tiro di potenza laterale, non troppo angolato per paura di sbagliare. Se il portiere sceglie il lato giusto para, 50%-50%. Pellè ha voluto aggiungere una variabile, il suo gesto è un'auto-segnalazione di estro: "non sono uno dei tanti anonimi, io ho il coraggio di farti anche il cucchiaio".
Graziano Pellè ha avuto il coraggio di provare a scrivere la storia, Neuer non ci è cascato ed ha vinto.
Io sto con Pellè, io sto con l'estro. Io sto con chi ha il coraggio, anche nella sconfitta.


Chiudo l'articolo con un video degli Europei Under-21 del 2007. Italia-Portogallo, in palio la qualificazione alle Olimpiadi. Pellè dal dischetto fa il cucchiaio, segna e l'Italia si qualifica a Pechino 2008. Dove eravate nascosti quel giorno, voi difensori del rispetto e dell'umiltà?

martedì 7 giugno 2016

Il fútbol in Uruguay è lo sport dove 22 persone rincorrono un pallone su un prato, ed alla fine un quartiere di Montevideo festeggia lo scudetto.


L'Uruguay è una nazione piccolissima, che conta poco più di 3 milioni di abitanti. Nello stesso ordine di grandezza dell'area metropolitana di Roma. Eppure il piccolo stato sul Rio de la Plata ha segnato la storia del calcio, vincendo il primo Mondiale di calcio nel 1930 e poi replicando nel 1950. Nonostante le dimensioni ridotte, gli uruguayani sono sempre riusciti a rimanere al top del calcio mondiale. Due stelle sulla maglia della gloriosa nazionale Celeste, anche se in Uruguay ne reclamano una terza: hanno vinto la prima edizione del Mondiale, ma avrebbero vinto anche quella prima se si fosse giocata, perché erano i più forti al mondo, dicono.
Nella storia ultrasecolare del calcio uruguayano, il titolo nazionale è andato 47 volte al Peñarol e 45 volte al Nacional, le due maggiori squadre della capitale. Dietro il binomio Peñarol-Nacional, per gli altri restano solo le briciole: la terza squadra charrúa più titolata è il Defensor Sporting, con 4 campionati vinti. Un Oligopolio.

L'unica squadra capace di spezzare l'egemonia capitolina è il Rocha nel 2005, vincitore a sorpresa del Torneo di Apertura con due punti di vantaggio sul Nacional (penalizzato in classifica di 3 punti...). Quest'anno, nello stesso anno del Leicester campione di Inghilterra, anche l'Uruguay calcistico ha visto il suo miracolo compiersi.

Il gigante Golia del fútbol nazionale è il Peñarol di Diego Forlan, con una storia di scudetti alle spalle, che gioca in uno stadio moderno davanti ad una marea giallonera. Il Plaza Colonia è il Davide che si presenta armato di fionda davanti al numeroso pubblico dello stadio Campeon del Siglo. Un solo giocatore del Peñarol conta più titoli di tutta la squadra avversaria.

I "patasblancas" del Plaza Colonia rappresentano la piccola cittadina di Colonia del Sacramento. Venticinquemila abitanti, più vicina a Buenos Aires che alla capitale Montevideo. Il club ha 99 anni di storia, ma nel 2000 giocava nei campionati dilettantistici. Ad ottobre 2014, il Plaza Colonia era ultimo in seconda divisione.
L'allenatore Eduardo Espinel è un veterano della piazza: ha giocato per sette stagioni al Plaza Colonia, avendo l'opportunità di giocare al fianco di un giovanissimo Diego Lugano nei primi anni di professonismo del club. In parallelo, Espinel faceva il carpentiere per mantenersi.

In una sola partita, Peñarol - Plaza Colonia è in gioco la storia dei patasblancas e del calcio uruguayano. La sorpresa del campionato, prima in classifica a due giornate dalla fine, gioca in casa della seconda in classifica, la corazzata del campionato. Una vera e propria resa dei conti finale.

Sarebbe la partita perfetta per fare un catenaccio estremo, provare a strappare un onesto 0-0 con un camion davanti alla porta ed un gioco aggressivo, con la tipica garra degli uruguayani. Ma il treno per la storia passa solo una volta, così il Plaza Colonia passa in vantaggio dopo soli 2' grazie al gol del numero 10 Milessi. Da questo momento in poi, i patasblancas controllano il gioco, mentre il Peñarol stenta a reagire e si limita a proporsi con azioni personali.

Alla mezz'ora, i favoritissimi gialloneri riescono a pareggiare, rimettendo il campionato in discussione. A questo punto, le squadre esperte di solito rientrano con la testa nella partita e dilagano. Il Peñarol continua invece a giocare in modo impreciso, finché a 10 minuti dal termine il Plaza Colonia si procura il rigore più importante della sua storia. Villoldo dal dischetto fissa il portiere, in un attimo in cui l'intero Uruguay sportivo segue ammutolito. Tiro basso e centrale, per beffare il portiere, che si butta lateralmente. Gol. Plaza Colonia campione.


Durante i festeggiamenti, il presidente del club ha pianto per l'emozione, ricordando la difficoltà incontrate durante il percorso verso la vittoria finale, le scuse ai giocatori per gli stipendi pagati in ritardo, con soli cinque palloni per allenarsi e poche risorse.

Tra i campioni di Uruguay, c'è anche un veterano dei campionati italiani, un giocatore che personalmente ho avuto l'occasione di apprezzare e che ritengo sia stato molto sottovalutato. Si tratta del 36enne Mariano Bogliacino, centrocampista mancino ex-Napoli e Lecce nato proprio a Colonia del Sacramento e cresciuto nelle giovanili del Plaza Colonia. Un giocatore versatile, dal piede educato e tanto spirito di sacrificio, mai sopra le righe, che ha indossato la 10 del Napoli in Serie C. Complimenti Mariano.

giovedì 5 maggio 2016

Venerdì 29 aprile, il Crotone pareggia 1-1 contro il Modena ed ottiene la sua prima storica promozione in Serie A. I pronostici di agosto vedevano come netta favorita il Cagliari, ma il Crotone ha sorpreso tutti vincendo il campionato con una squadra allestita con prestiti e parametri zero.

I punti di forza di questo Crotone che si affaccia alla massima serie sono il fattore campo e l'organizzazione tattica. L'asso nella manica di questa squadra è stato infatti l'allenatore Ivan Juric, che ha schierato i rossoblù con un 3-4-3 compatto e spettacolare, di stampo Gasperiniano. Risultato: miglior difesa della categoria con soli 32 gol subiti in 39 gare e secondo miglior attacco, dietro soltanto al Cagliari.

Da Crotone sono passati negli ultimi anni talenti del calibro di Florenzi e Bernardeschi, indice di come l'occhio lungo dei calabresi potrebbe rappresentare un'arma in più anche nella prossima Serie A e per il fantacalcio, con diversi giovani in rampa di lancio che potrebbero trovare spazio ed esplodere nel Crotone 2016/17.

Aspettando il mercato...il presidente Vrenna sta programmando un nuovo stadio e ha già in programma un incontro con l'allenatore Juric per programmare il rinnovo. Ma quali dei protagonisti di questa favola all'italiana potrebbero essere il colpo di mercato a 1 credito per la prossima stagione?

Il 3-4-3 del Crotone
Cordaz
Yao Ferrari Claiton
Balasa Capezzi Salzano/Paro Martella
Ricci Budimir Palladino

Cordaz - Portiere di 33 anni, con grande esperienza costruita da gregario nell'Inter. Ottima stagione in B, molto probabilmente sarà ancora lui il titolare in Serie A: in casa ha subito soltanto 10 gol quest'anno...da valutare come terzo portiere, da schierare nelle partite casalinghe contro le piccole.

Yao - Difensore in prestito dall'Inter. Classe '96, duttile, con ottime capacità di anticipo, una sola ammonizione: gioca come un veterano. Probabile sorpresa dell'anno anche in Serie A.

Ferrari - Difensore che detta i tempi e regge il reparto con autorità, potrebbe essere un buon jolly dalla sufficienza costante. Attenzione ai cartellini però.

Martella - Difensore/centrocampista. Questo esterno corre, difende bene, crossa e costruisce tanto in attacco. Tre gol e tantissimi assist quest'anno. Ha già rinnovato il contratto col Crotone: dovesse essere listato difensore, sarebbe un grande acquisto.

Capezzi - Giovane centrocampista di proprietà della Fiorentina. Dovesse restare ancora a Crotone, avrebbe la titolarità pressoché certa...un bel talento, ma per il momento sconsigliato al fantacalcio: buoni voti, pochi bonus e tanta sostanza.

Ricci - Esterno d'attacco classe '94 di grandissima tecnica. Ha tutte le carte in regola per fare benissimo in Serie A. 10 gol e 7 assist in B quest'anno.

Palladino - Attaccante ex Juventus e Parma. Frenato da molti infortuni, da gennaio sembra essere tornato a splendere in Calabria aggiungendo la sua esperienza alla giovane squadra di Juric. Vi sentite di scommettere 1 credito su di lui?

Budimir - La punta del Crotone, arrivata in sordina dal St. Pauli, sta già scatenando un'asta di mercato: rimarrà in rossoblù? Fa reparto da solo, dialoga bene con i compagni e segna tanto. Quest'anno è stato il Drogba della Serie B, l'unico dubbio è se riuscirà a confermare i suoi numeri anche in Serie A.

martedì 3 maggio 2016



Questo non sarà l’ennesimo articolo di glorificazione per il miracolo del Leicester.
La storia delle Foxes che hanno vinto il titolo contro ogni pronostico ha coinvolto tutto il mondo, riavvicinandoci alla bellezza del calcio e va tenuta a mente.
La ribalta del Leicester ha il merito (e la colpa) di aver invaso il mondo dello storytelling calcistico, attirando una valanga di speculazione sulla retorica di Davide contro Golia, sull'umiltà del condottiero Ranieri, sulla parabola di Vardy dai dilettanti alla gloria e sull'elogio incoerente del calcio di provincia.

Piuttosto che aggiungere ancora un racconto di questa bellissima storia, Invasore di Campo si limita a sottolineare quanto sia importante ricordare l’impresa del Leicester per difendere la bellezza del calcio, perché le azioni parlano più forte delle parole.

Quindi ricordiamoci di questo Leicester e di come ci siamo fatti trascinare dalla sua poesia.
Ricordiamoci del Leicester ogni volta che viene proposta una Superlega Europea chiusa ai club blasonati
Ricordiamoci del Leicester ogni volta che si parla di quanto sia deleterio (?!?) il Carpi in Serie A
Ricordiamoci del Leicester ogni volta che le ragioni del business offuscano quelle del campo 
Ricordiamoci del Leicester ogni volta che ci si lamenta di un Bate Borisov campione di Bielorussia in Champions*, quando invece un più forte Milan 7° in Italia “sarebbe più competitivo”
*ma poi quando lo stesso Bate Borisov batte una corazzata diventa d’incanto tutto giusto e bellissimo
Ricordiamoci del Leicester ogni volta che si gioca una Coppa Italia costruita ad uso e consumo delle grandi
Ricordiamoci del Leicester ogni volta che una big asfalta una provinciale. Perché un sistema in cui alle realtà con un bacino d’utenza ristretto vengono lasciate le briciole impedisce ad ogni Empoli di diventare un piccolo Leicester


¡Viva el fútbol!

venerdì 16 ottobre 2015

Sempre in alto, mai in vetta. La nazionale olandese è l’eterna incompiuta del calcio mondiale: seminare senza mai raccogliere è una costante della storia calcistica dei Tulipani, che nonostante la loro gloriosa tradizione non sono mai riusciti ad alzare al cielo un Mondiale. 

sabato 6 giugno 2015

“Se mi fa rabbia essere il meno pagato? Io sono figlio di operai e quello che prendo basta e avanza. Mi pagano per fare una cosa che avrei fatto la sera, dopo il lavoro e gratis. Sono fortunato”.
Ai nastri di partenza con il suo Empoli rodato e low-cost, ad agosto tutti lo davano per spacciato: Maurizio Sarri invece ha insegnato calcio alle big d'Italia, imponendosi come personaggio rivelazione dell'ultima serie A.

giovedì 24 luglio 2014

 
Settemilacinquecento chilometri e otto fusi orari separano Kaliningrad e Juzno-Sakhalin. Kaliningrad è un'exclave russa sul Baltico conquistata ai tedeschi nella seconda guerra mondiale, mentre l'isola di Sakhalin è separata dal Giappone da una sottile stiscia di mare. Ad accomunare questi due luoghi così distanti è il calcio, più precisamente la Pervij Division (Serie B russa), il campionato su cui non tramonta mai il sole.
Pochi giorni fa, a Kaliningrad si è giocata Baltika - Sakhalin. Partita noiosa, vinta 1-0 dai padroni di casa con un colpo di testa, ma a suo modo memorabile: si tratta infatti della trasferta di campionato più lunga della storia.
Le dimensioni mastodontiche della Federazione Russa rendono la Pervij Division un campionato massacrante per il fisico di chi lo disputa e dispendioso per le casse di chi paga i viaggi. Costretto a giocare in questo inferno di trasferte impossibili e jet lag anche l'Anzhi Makhachkala, il club che fino a pochi mesi fa si faceva largo nell’élite del calcio europeo a suon di rubli sul mercato.

Il Progetto Anzhi, l’utopia di portare il grande calcio nel povero Daghestan, ha avuto una vita intensa ma breve. Tutto inizia nel 2011, quando Sulejman Kerimov, uno degli uomini più ricchi del mondo e grande azionista di Gazprom e Sberbank, decide di investire sulla sua squadra del cuore. I campioni però sono restii a trasferirsi a Makhachkala, in un territorio pericoloso e lontano dagli standard delle grandi città occidentali. Il motto del presidente però è “I soldi risolvono tutto”, così Kerimov decide di indorare la pillola firmando assegni milionari e promettendo la costruzione di una cittadella sportiva comprendente un nuovo stadio e ville extra-lusso per i suoi giocatori. Nel frattempo però la squadra diventa pendolare, ospite nel vecchio quartier generale del Saturn Mosca fallito, per raggiungere il Daghestan solo nei giorni delle partite.
In tre stagioni, l’Anzhi ha investito oltre 200 milioni di euro sul calciomercato, portando a Makhachkala giocatori del calibro di Roberto Carlos, Willian e Samuel Eto’o. Il trasferimento di Eto'o è un manifesto del modo di operare dei daghestani: offerta fuori mercato di 25 milioni all’Inter e 20,5 all’anno al camerunense, che sceglie la steppa del Caucaso per diventare il più pagato al mondo. Per battere la concorrenza di campionati più prestigiosi e città più ambite, l’Anzhi è costretto a mettere sul piatto stipendi d’oro anche per giocatori di secondo piano: finisce così per convogliare sotto un'unica maglia un collettivo di calciatori interessati solo a prendere i soldi e scappare a stimolanti sfide esotiche. Si, a prendere i soldi e scappare.
Il risultato è una squadra svogliata, che attende con ansia la busta paga piuttosto che il successo: un all star team di brasiliani, africani e giocatori dell’est europeo senza amalgama né mordente, incapace di competere con squadre meno ricche come il CSKA Mosca e lo Zenit San Pietroburgo.

Anno 2013, il presidente Kerimov annuncia pesanti tagli al budget, stanco di non vincere e frustrato dalle perdite finanziarie delle sue imprese: il “progetto a lungo termine” si sgretola in pochi giorni. Kokorin, acquistato un mese prima dalla Dinamo Mosca per 19 milioni di euro, decide di ritornare al suo vecchio club portando con sé Zhirkov, Denisov e Samba; Eto’o e Willian invece approdano al Chelsea. L’Anzhi, o meglio quello che ne resta, ottiene la prima vittoria soltanto alla 20° partita di campionato. Alla fine dell’anno è retrocessione all’ultimo posto.
Una squadra senza fondamenta, spazzata via come un castello di carta. Un progetto-senza-programmazione che ha vissuto al massimo per poi morire troppo giovane, come James Dean o Jim Morrison.
I soldi non risolvono tutto.
Il nuovo Anzhi dell’austerity oggi è tra le principali candidate alla promozione in massima serie e, stando agli annunci, la dirigenza è decisa a imparare dagli errori: non si guarda più agli sceicchi ma all’accorto Krasnodar, puntando di più sui talenti russi e su quelli che la neonata academy del club riuscirà a produrre.


Giuseppe Brigante

martedì 15 luglio 2014

Il successo di una nazionale è il riflesso della crescita di un movimento calcistico, spesso del campionato nazionale: disporre di un torneo probante e competitivo contribuisce a formare un gran numero di giocatori di buon livello, a beneficio della nazionale.

giovedì 17 aprile 2014

C'ERANO UNA VOLTA I PADRONI DEL SUDAMERICA - In tutta la sua storia, solo 7 volte la Copa Libertadores è sfuggita al dominio di Argentina, Brasile e Uruguay, le tre potenze del calcio sudamericano. Negli ultimi tempi l'oligarchia sembra però essersi spezzata: l'ultimo decennio ha regalato le imprese tattiche e vincenti dell'Once Caldas e della LDU Quito, regine delle montagne colobiane ed ecuadoregne, ma anche le finali raggiunte dai messicani del Chivas e, nell'ultima edizione, dai paraguayani dell'Olimpia Asunción.
Oggi il Brasile, a due mesi dal mondiale casalingo, ha lasciato ai gironi tre squadre su sei; l'Argentina acciaccata perde il Newell's e soffre con il San Lorenzo di Papa Francesco, salvo grazie alla classifica avulsa sugli esordienti ecuadoregni dell'Indipendiente del Valle. In continua ascesa il Messico, monopolista in Centro-Nord America, che porta entrambe le squadre presenti ai gironi tra le top 16 del Sudamerica. Il risultato più sorprendente è l'exploit della Bolivia: storicamente leoni tra le alture locali e squadre cuscinetto in trasferta, i boliviani sono da sempre considerati l'ultima ruota del carro del Sudamerica. Stavolta la Bolivia porta due club tra i migliori 16 del continente: l'ultima volta nel 1997, quando però il format della coppa prevedeva gironi eliminatori su base territoriale (quindi, per le boliviane, le trasferte si limitavano al Paraguay). Come da tradizione, il The Strongest ha monetizzato i 4000 metri di La Paz, strappando all'estero un solo decisivo punto. La novità è il Club Bolivar, capace di vincere anche lontano dalle alture: primo posto davanti ai messicani del León, a casa va il blasonato Flamengo.
Agli ottavi il The Strongest ha pescato il Defensor (9° nel campionato uruguayano), mentre il Bolivar aspetta la gara di ritorno in casa contro il León, dopo aver pareggiato 2-2 in Messico la scorsa notte. La favola della Bolivia potrebbe non essere ancora finita.

LOS CALLEJONES, DUE FRATELLI IN MAGLIA AZZURRA - Il gol decisivo per il Bolivar l'ha segnato Callejón, ala ex-Real Madrid arrivata in estate. Notate qualche somiglianza? Si tratta di Juan Miguel "Juanmi" Callejón, il fratello gemello di José Maria, attaccante del Napoli. I due gemelli giocano insieme nella cantera del Real Madrid, Juanmi faceva gli assist e José i gol. Il 2008 è l'anno della separazione: il Callejón "napoletano" va all'Espanyol e colleziona estimatori nella Liga (per poi essere riacquistato dal Real), Callejón "l'altro" invece non trova spazio a Maiorca ed inizia a girovagare tra Spagna e Grecia. Nello scorso luglio, mentre José Maria tratta con il Napoli, Juanmi lascia la Grecia e sceglie di ripartire dalla Bolivia. L'adattamento ai 4000 metri di La Paz è difficile, ma Juanmi fa valere la sua esperienza europea in Sudamerica: 3 gol nelle 6 partite del girone di Libertadores per il piccoletto spagnolo, tra cui la zuccata che vale il 2-1 decisivo per il primo posto nel girone. Due continenti, due annate quasi parallele per i due gemelli, con un finale diverso: al Napoli di José Maria in Champions è mancato solo un gol, proprio quel gol che Juanmi ha regalato al suo Bolivar in Libertadores. Quando il gemello scarso diventa conquistador.


Giuseppe Brigante

martedì 4 febbraio 2014

Duvan Zapata al posto di Higuain, la coppia svizzera Dzemaili-Inler preferita alla tecnica di Jorginho e Pandev in campo anziché Hamsik. Il Napoli non regge al turn-over ed offre quella che può essere definita come la peggiore prestazione dell'era Benitez: Atalanta - Napoli 3-0. 
I bergamaschi non avevano mai vinto con uno scarto di tre reti in questo campionato.
Tanti e diversi gli alibi mossi per spiegare la disfatta: calo psicofisico, errori dei singoli, assenze pesanti...Atalanta-Napoli 3-0 è però una sconfitta anche di natura tattica. La squadra pecca di creatività, si affida spesso ai lanci lunghi senza riuscire a costruire realmente gioco contro avversari difensivamente organizzati e schierati. Perchè?

Il Napoli si è spesso allungato in modo tutt'altro che "sacchiano" dividendosi in due blocchi, con la linea difensiva ed i due mediani schiacciati ed isolati rispetto al quartetto offensivo. Tale condizione facilita il pressing degli avversari, limitando notevolmente le soluzioni di passaggio.
La chiave tattica in tre fotogrammi della partita:

Situazione 1 - Il gol dell'1-0 di Denis
Dzemaili riceve palla in posizione arretrata senza valide opzioni per il passaggio. Maxi Moralez si avventa in pressing sullo svizzero, ruba palla e serve un facile passaggio in profondità per Denis, che ha tutto il tempo per controllare e mirare alla porta di Reina (sorvoliamo sul marchiano errore del portiere). Evidente la spaccatura tra la mezzaluna difensiva ed il reparto avanzato, a cui il pallone sarebbe potuto arrivare soltanto per mezzo di un lancio lungo.

Situazione 2 - Pressing vs. soluzioni di passaggio parte 2
A ricevere palla è ancora una volta il regista designato Dzemaili, il quale si ritrova di nuovo al momento dello stop al bivio tra un rischioso retropassaggio sotto pressing alto e l'opzione lancio lungo (la linea di passaggio per Inler è impraticabile, a causa della posizione del marcatore). Anche in questa situazione manca un elemento di connessione tra i reparti, che avrebbe potuto essere posizionato come vertice di un ipotetico triangolo con base Dzemaili-Inler, in poche parole un centrocampo da 4-3-3.


Situazione 3 - Il lancio lungo
Stavolta il fotogramma è relativo ad una situazione di gioco in cui il Napoli prova a riavviare l'azione dalle retrovie. Il portatore di palla è Federico Fernandez, con l'Atalanta sopra di due gol ed aggressiva in pressing. Nessuno dei giocatori adiacenti ha la possibilità di ricevere palla senza essere immediatamente pressato da un marcatore nerazzurro: scelta forzata è il lancio lungo, con conseguente palla persa per un Napoli che in questo modo risulta tutt'altro che pericoloso.

La semifinale di Coppa Italia contro la Roma è un vero banco di prova per Rafa Benitez: riuscirà il suo Napoli a spezzare l'incantesimo della costruzione di gioco, leit motiv delle ultime uscite degli azzurri?

martedì 28 gennaio 2014

10 maggio 1998, Salernitana-Venezia 0-0. Quarantamila spettatori accolgono il ritorno in Serie A dei granata dopo 50 anni. Ad assistere al tripudio dalla tribuna c'è già il primo acquisto del presidente Aliberti per la A, quel 22enne Rigobert Song che segnerà il primo gol nella stagione della A, per poi passare al Liverpool dopo solo un mese. La "meteora" Song è solo il primo tassello di una squadra costruita sul potenziale, in cui si nascondono alcuni tra i protagonisti del successivo decennio del calcio italiano.

venerdì 24 gennaio 2014


Agazzi; Brivio, Canini, Astori, Zappacosta; Montolivo, Lazzari, Bonaventura; Pazzini, Bianchi, Zaza (panchina: Consigli, Natali, Bellini, Guarente, Baselli, Padoin, Gabbiadini). Un ipotetico 4-3-3 che potrebbe senza problemi ottenere piazzamenti di alta classifica in Serie A, tutto rigorosamente made in Zingonia. Occhio lungo e radici ben ferme sul territorio, questi gli elementi che rendono l'Atalanta da sempre una delle migliori scuole calcio del mondo: la fabbrica del calcio italiano.

mercoledì 22 gennaio 2014

 
Quarti di finale di Coppa Italia, Milan-Udinese 1-2 a San Siro. Soltanto la vincente di Fiorentina-Siena separa i friulani dalla finale di coppa, che garantisce l'accesso all'Europa League. Potrebbe essere ancora Euro-Udinese, nonostante una classifica critica come non mai in campionato, con la squadra bianconera ai margini della zona-salvezza.
Negli ultimi anni, l'Udinese ha accumulato avventure europee deludenti, con sconfitte ai preliminari ed eliminazioni talvolta soprendenti in Europa League. Quest'anno la disfatta nei play-off contro lo Slovan Liberec, avversario sulla carta più che abbordabile, ma capace di sbancare Udine con un largo 1-3. Effetti disastrosi sul ranking europeo dell'Italia, su cui pesa il fardello dei soli 2,5 punti della squadra di Guidolin.
Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. La stagione europea passata era terminata con quattro sconfitte consecutive nella fase a gironi di Europa League, rispettivamente contro Young Boys, Anzhi e Liverpool. Ed anche qui, il peso sul ranking nazionale.

Cosa ne sarebbe stato del ranking europeo senza l'Udinese?
Sommando i dati ottenuti anno per anno, si ottiene:
Ranking attuale: 63,105
Ranking senza Udinese: 66,649

Un guadagno di efficienza oltre 3,5 punti, che senz'altro faciliterebbe il percorso di riavvicinamento al 3° posto in graduatoria che vale i 4 piazzamenti in Champions, ma che soprattutto permetterebbe all'Italia di mantenere l'attuale 4° posto: se la stagione finisse con i ranking attuali infatti, anche il Portogallo riuscirebbe a superare l'Italia nella graduatoria relativa alla prossima stagione. Senza le campagne europee dell'Udinese, questo non sarebbe potuto accadere.


Giuseppe Brigante

martedì 21 gennaio 2014

"Ѐ più soddisfacente costruire piuttosto che distruggere. Per distruggere devi usare le maniere forti: e io sono un uomo di pace"
Il Foggia di Zeman non è solo una squadra, ma un vero e proprio manifesto di un modo di pensare il calcio. Un manipolo di talenti raccolti tra le serie minori riesce ad impensierire le grandi d'Italia giocando un calcio dinamico e bello da vedere, costruito sulla fatica dei gradoni e delle corse tra i boschi. È il punto più alto della parabola del 4-3-3 del tecnico boemo, che ancora oggi fa discutere gli amanti del pallone.

venerdì 17 gennaio 2014

Nel 2005, per la prima volta nella storia, una città italiana vanta la presenza di un club in massima serie per calcio, basket, volley e rugby. La città del record non è una metropoli, come ci si potrebbe aspettare, ma Treviso. Soli 82.000 abitanti, ma una tradizione sportiva di livello assoluto.
A meno di dieci anni, dell'impero trevigiano resta solo il rugby: il declino inizia proprio dal calcio, con i biancocelesti esclusi dai campionati professionistici nel 2009 per irregolarità finanziarie (ed oggi ancora relegati in Promozione veneta); seguono a ruota i fallimenti delle storiche società Sisley Volley e Benetton Basket. La fine di pezzo di storia dello sport tricolore.

martedì 14 gennaio 2014

 
Vi siete mai chiesti cosa sarebbe successo alla vostra squadra avesse trattenuto il suo gioello in rampa di lancio per qualche stagione in più?
La maggior parte dei talenti del calcio nostrano proviene dal florido bacino delle provinciali, per poi migrare verso palcoscenici importanti in cerca di trofei e stipendi milionari. Panchina, gavetta e retrocessioni: questi i primi passi degli enfant prodige del pallone, all'opera ogni domenica tra gli stadi di provincia della nostra penisola. Talvolta però, una nidiata di calciatori in erba particolarmente interessanti si ritrova a giocare per gli stessi colori, contemporaneamente, nel momento sbagliato della propria carriera: Lodi dietro Di Natale e Rocchi, un tridente da sogno per il 2009, da retrocessione soltanto qualche anno prima.

Saranno squadroni è un viaggio nella borghesia del calcio italiano, alla scoperta di alcune delle squadre più promettenti, che con i loro talenti hanno costruito i successi...di altri club.

Cinque storie di provincia accompagneranno il mese di gennaio del blog: ogni martedì e venerdì, a partire da venerdì 17.
Palla al centro e buona lettura!


Archivio "Saranno squadroni":
#01 - Treviso 2005/06 
#02 - Foggia 1991/92 
#03 - Atalanta 2003/04
#04 - Salernitana 1998/99
#05 - il numero conclusivo di Saranno Squadroni in uscita il 31 gennaio!

venerdì 27 dicembre 2013

Subbuteo moments: il calcio di Eden Hazard Subbuteo ricostruito da Terry Lee da pezzi rotti della sua collezione
Reduce dallo scialbo 0-0 ottenuto contro l'Arsenal, Mourinho rivoluziona l'undici titolare per affrontare lo Swansea il giorno di Santo Stefano, appuntamento fisso di Premier League. A decidere il match è Eden Hazard, che dribbla un avversario e buca la porta di Tremmel con un tiro tutt'altro che imparabile, grazie ad Ashley Williams che ostruisce la visuale del portiere dello Swansea.
Hazard sempre protagonista nelle sfide tra Chelsea e Swansea, anche se non sempre in positivo: nella semifinale di Coppa di Lega dello scorso gennaio, il talento belga era stato espulso per aver dato un calcio ad un giovane raccattapalle, reo di aver ritardato la restituzione del pallone.
Da talento in attesa dell'affermazione ai 7 gol in 3 mesi di Premier, da Swansea-Chelsea di gennaio a Chelsea-Swansea di dicembre, la parabola del 2013 di Eden Hazard.

venerdì 20 dicembre 2013


Cinquanta anni fa, Sandro Mazzola segnava il gol più veloce della storia del Derby di Milano. Ventunenne, al suo primo derby, impiega solo tredici secondi per concludere in rete un'azione di scambi fitti in verticale nella porta difesa dal "kamikaze" Ghezzi, il suo idolo con sette anni di Inter e sette di Milan nel palmarès. Erano i tempi del "mago" Herrera all'Inter e del Milan prima italiana ad alzare al cielo la Coppa dei Campioni, gli anni in cui le milanesi vincono ovunque e al derby si gioca la partita della vita, per la supremazia cittadina.
Se il derby della Madonnina è stato per Mazzola l'inizio di una carriera gloriosa, la stracittadina milanese conta numerose meteore nella sua storia. La più recente è Pato, mancato emulo di Mazzola con un gol al 43° secondo di gioco (in Milan - Inter 3-0 del 2011) ed il biglietto di ritorno per il Brasile meno di due anni dopo. Un potenziale campione, dotato di tecnica, forza fisica e personalità, ma bloccato da una serie di infortuni.
Il primo gol al Milan della presidenza di Massimo Moratti lo segna Andrea Seno (Inter - Milan 3-1 del 1995), giornalista per il "Roma" fino ad essere portato in Serie A dal Foggia di Zeman: un gol di testa al derby e un'annata da protagonista, poi un infortunio al ginocchio e l'oblio.
La più grande meteora dell'epoca recente è però Gianni Comandini, la promessa del Vicenza acquistata per 20 miliardi di lire dal Milan nel 1999. In maglia rossonera solo una stagione per lui condita da 2 gol, arrivati proprio contro l'Inter nello storico derby del 6-0. Una doppietta al derby d'esordio era riuscita prima soltanto a Paolo Rossi...

Domenica sera andrà in scena nella "Scala del calcio" un Inter - Milan insolito, di media classifica, giocato da due squadre che attraversano periodi di transizione: chissà che tra i De Sciglio, Poli, Kovacic e Juan Jesus in campo si nascondano i prossimi Seno o Mazzola, eroi per una notte o per un'intera carriera.

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